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Fulvio Quici

Protagonista del brigantaggio molisano tra Settecento e Ottocento (1776-1839)

Fulvio Quici nacque a Trivento nel 1776 da Saverio e da Felicia Di Lazzaro, vissuto ed educato in un ambiente di ladri: i fratelli del padre, Samuele ed Arcangelo, erano infatti capi di una banda.

Abitazione di famiglia

Non si hanno informazioni precise sulla collocazione della casa natale di Fulvio Quici a Trivento.


Vita

Chiamato Errante furia, fu uno dei personaggi più importanti della storia del brigantaggio molisano e meridionale.
Aveva dimostrato già nella notte del 31 luglio 1792, in contrada Castagna, nel comune di Trivento, in occasione di un celebre furto commesso ai danni del «procaccia» di Campobasso, di essere degno della fama della sua famiglia.
Era però riuscito sempre a farla franca, perché la polizia non aveva mai raccolto prove concrete contro di lui. Finalmente fu arrestato nell’anno 1800 e nel tentativo di fuggire si ruppe una gamba. Fu rinchiuso nel carcere di Lucito, umido e freddo; implorò per essere trasferito in quello di Campobasso, guarì, fu rimesso in libertà e affidato alla responsabilità paterna. Nel 1806 si diede alla macchia, costituendo presto una folta e agguerrita comitiva di briganti insieme con Paolantonio Vasile: scorazzavano quasi indisturbati per la campagna, imponevano taglie ai cittadini abbienti, ma soprattutto assalivano i «procaccia». L‘attività della comitiva preoccupò tanto il Governo che questo ordinò la spedizione della Provincia di generali con poteri di alta polizia. Essi però non furono capaci di arrestare Quici né altri della sua comitiva, i quali, favoriti e bene informati dalle spie, sfuggivano a qualsiasi tentativo di cattura, uccidendo senza pietà chiunque, semplicemente riferendo una notizia alla polizia, potesse mettere in pericolo la loro libertà.
Nel 1813, a capo di colonne mobili di militari, venne inviato nel Molise il generale Compère con lo specifico compito di distruggere il brigantaggio e perseguitare i disertori. Egli si mise subito d’accordo con l’Intendente della Provincia, Biase Zurlo, allo scopo di individuare un certo numero di persone già arruolate nei Reggimenti provvisori le quali, fingendo di disertare, avrebbero dovuto mettersi in contatto con i briganti e quindi fornire alla polizia notizie utili per determinare la cattura. Fu una misura inutile, in precedenza sperimentata ed anche in forma più drastica. Arrestati i più stretti congiunti dei briganti fino al numero di 70 (di cui 13 morirono in carcere), obbligati i proprietari a tenere una forza armata permanente in Trivento a loro spese per costringere il popolo a non avere relazioni con i briganti e spingerlo al tradimento, si pensava che in questo modo si potesse ottenere qualche frutto, ma ogni speranza fu delusa. Non ci fu alcuna delazione e i banditi continuarono nei loro misfatti. Anzi, divennero più baldanzosi ed anche più crudeli. Lo dimostra l’uccisione spietata del capitano Ricci, avvenuta il 13 febbraio 1813, mentre questi si trovava in un suo orto nella località detta Fonte del Barone, dove fu sorpreso dai briganti e dilaniato a colpi di pugnale. Ai legionari, accorsi per arrestare gli assassini, Fulvio Quici, circondato e protetto dai suoi uomini, indirizzò testualmente queste parole:

Non venite appresso a noi. Andatevi a pigliare la testa del capitano Ricci che sta sotto la Crocella.

Infatti i briganti gli avevano staccato la testa, buttandola altrove.
Il ritorno del Re Ferdinando IV di Borbone e l’atto di clemenza espresso con regio decreto del 14 giugno 1815 invogliano i briganti a presentarsi e ne approfittarono tutti, compresi Paolo Vasile — che ottenne il salvacondotto l’11 luglio — e Fulvio Quici il 15 dello stesso mese. Finiva così la grande avventura di due briganti che per anni erano stati il simbolo della ribellione impunita e avevano acceso la fantasia degli abitanti dello stesso Molise, spesso oggetto di simpatia, talvolta d’invidia, in tante occasioni temuti e rispettati perfino dai tutori della legge, avventura terminata a lieto fine, perché il primo (Paolo Vasile) visse fino alla rispettabile età di 80 anni e il secondo (Fulvio Quici) a 63 anni, entrambi indisturbati e riveriti nella cittadina di Trivento. Per i triventini essi furono un tempo ritenuti non ladri e assassini, quali effettivamente erano stati, ma vittime di quelli che nel paese volevano dominare, cioè i «galantuomini». Ma se tale credenza era in parte giustificata si deve anche ammettere specialmente che i Quici erano stati i perturbatori della tranquillità pubblica e i protagonisti della cronaca nera di Trivento e dei paesi finitimi.


Fonti storiche

La ricostruzione della vita e delle gesta di Fulvio Quici si basa in parte sul libricino teatrale di Luigi Fagnani, che ha contribuito a preservare la memoria di questa figura emblematica del brigantaggio molisano, collocandola nel più ampio contesto storico e sociale dell’epoca.

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