
Artista e interprete del paesaggio molisano (1901-1962)
lavorava solitario, quando non montava il cavalletto nelle radure dei boschi di Trivento o di Castelmauro o in altre località campestri o marine della Frentania e della Pentria.
Scrisse Jovine che
lo si incontrava sempre solo, con la sua trasandatezza aristocratica di un estroso, sfuggente bohemien sempre pronto alla battuta salace e divertevole, che gli rischiarava gli occhi profondi e fuggitivi. Viveva apparentemente isolato dai centri direzionali della cultura nazionale, ma consapevole dei problemi dell’arte, ai quali sapeva dare un suo apporto critico originale e motivato.
Di lui scrisse il critico napoletano Valerio Mariani:
Nell’aver tenuto fede al carattere e, viene fatto di dire, al sapore della sua terra, egli ne ha interpretato il significato in una pittura che va considerata di importanza europea.
Su PIC Il Giornale si legge:
la sua pennellata, sbrigliata e guizzante, suggerisce misteriose atmosfere di sogno e di leggenda.
Secondo Vittorio Scarano, che ha dedicato la sua tesi di laurea al pittore:
La potenzialità evocativa del colore, bilanciata dalla pennellata sintetica e rapida, riproduce il suo mondo rurale, le emozioni, il sentimento del dolore, della fatica, della pazienza, dell’abnegazione, della fierezza, della mitezza, della caparbietà, della religiosa rassegnazione: in un moto silenzioso affiora la tensione sociale dei suoi piccoli personaggi. Il suo paesaggio è quasi sempre racchiuso da una catena di monti, sintomo di un mondo chiuso, quasi impermeabile, ma la maestosità delle montagne si infrange nell’azzurro, il suo cielo azzurro in tutte le tonalità, segno di speranza e provvidenza.
“il mistero delle luci, delle masse …posa su una inconcepibile scala cromatica”.
Nel 1937, alla 4° sindacale, è presente con 9 quadri, tra cui Il ritorno del legionario e Paesaggio molisano. Nel 1942 è invitato alla XIII Biennale di Venezia. Dal 1948 al 1959 partecipò al premio Michetti. Un numero considerevole di opere della cospicua produzione dell’artista è rappresentato dai ritratti (e autoritratti) soprattutto familiari (la sorella Silvia in particolare), che coprono il primo ventennio di attività. Un altro tema, profondamente caro all’artista, è il mondo contadino molisano, sia con i personaggi che con il paesaggio. Paesaggi molisani, Campobasso con il castello Monforte, Trivento con la valle del Trigno e i casolari, le Mainarde, Termoli e il mare sono temi ricorrenti in tutto l’arco della sua produzione. Dal Piccolo pastore (1925) alla Vallata del Trigno (1923), dal Mietitore (1930) alla Trebbiatura (1935), dal Contadino (1935) alla Raccolta del Grano (1940) con cui ottiene a Cremona il premio speciale “Triennale di Milano” e che mostra all’esposizione di Hannover. Altro filone a lui molto caro è il sacro, affrontato soprattutto nel decennio dal 1930 al 1940, con I Pellegrini e il Mese Mariano.